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10 Apr 2012 - La priorità assoluta


L'idea che la crisi europea (e italiana) fosse ormai alle nostre spalle non ci aveva convinti. Nemmeno quando il presidente del Consiglio Mario Monti, in missione per convincere gli investitori esteri a tornare in Italia, aveva consigliato loro di «rilassarsi» perché il peggio era passato. Ieri i mercati europei erano chiusi, ma da Tokyo e Wall Street sono arrivati segnali chiari di nervosismo nell'attesa di una ripresa che tarda a consolidarsi. A sua volta l'Europa è sotto pressione per la spinta ribassista degli hedge fund mentre l'Institute of international finance (Iif), in vista delle riunioni dell'Fmi e della Banca mondiale, sollecita i governi europei a rafforzare i para-fiamme anticontagio e mette l'accento sui rischi recessivi da troppa austerity. Basta? No. Il New York Times riconosce che la situazione è cambiata, in meglio, in Spagna e soprattutto in Italia, ma spiega che le spie rosse si sono di nuovo accese sui loro livelli di rischio. Preoccupano infatti i massicci acquisti (avvenuti grazie all'iniezione straordinaria di liquidità decisa dalla Bce) da parte delle banche spagnole ed italiane dei titoli di Stato dei due Paesi. Su un terreno così insidioso (carico di incognite anche politiche, a cominciare dalle elezioni in Francia e dal voto tedesco in Renania Settentrionale-Vestfalia) la nuova emergenza Italia ha un solo nome: "crescita". Senza questa, va detto con molto chiarezza, non abbiamo alcuna possibilità di girare davvero pagina. E se mai non l'avessimo capito saranno i mercati a farcelo intendere. A colpi di spread: ieri a motivo degli sbilanci pubblici debitori, domani perché l'Italia - continuando a non crescere e dovendo allo stesso tempo rispettare il nuovo Patto fiscale europeo - si troverebbe in un'oggettiva condizione di blocco dell'economia. Non abbiamo necessità di varare altre manovre, ha detto il premier Mario Monti. Per "prudenza", come si conviene per un amministratore accorto non dispensatore di facili promesse, non sono stati messi a bilancio i proventi della lotta all'evasione fiscale e il costo del debito per il 2012 è stato calcolato sulla base dei tassi d'interesse praticati (7%) a fine novembre 2011. L'augurio, in un Paese in recessione e con i numeri dell'occupazione in rapido deterioramento, è che questi margini siano sufficienti a non mettere in pericolo il pareggio di bilancio per il 2013. Viceversa, potrebbe tornare l'ipotesi di una stretta fiscale. Ipotesi che però è solo sulla carta, perché l'Italia - per chi le tasse le paga - è già sotto uno stress fiscale che non ha precedenti e che non appartiene al profilo di uno Stato liberale rispettoso dei cittadini-contribuenti, protetti sulla carta da uno Statuto (in vigore dal 2000) che purtroppo non li protegge nei fatti. Questa del fisco è insomma una strada impraticabile. Sarà già duro, durissimo, scavallare un 2012 che finirà a dicembre sepolto dai colpi della nuova Imu su cui gravano le addizionali locali e la rivalutazione degli estimi catastali. A questo proposito, i sindaci dovrebbero anzi valutare uno sforzo supplementare dal lato dei tagli alla spesa prima di decidere altre stangate fiscali. E sempre riguardo al capitolo fiscale e contributivo va rilevato, mentre si discetta sulla necessità di accrescere la competitività delle imprese, l'aggravio a carico delle aziende di un miliardo per il 2013. Il che, assieme alle misure per restituire maggiore flessibilità dal lato dell'ingresso sul mercato del lavoro, rende necessario in Parlamento un percorso aperto alle modifiche della riforma appena varata dal Governo. A sua volta, l'impraticabilità della strada fiscale non deve però servire da alibi per non promuovere quella crescita di cui abbiamo un disperato bisogno. Le risorse per finanziarla (la famosa "spending review" della spesa pubblica se no, a cosa serve? Le privatizzazioni, aziende municipalizzate comprese, devono restare lettera morta? La riforma del finanziamento pubblico della politica deve o no portare a cospicui risparmi evitando gli scempi che abbiamo sotto gli occhi?) vanno individuate e rese operative al più presto. Anche per ripristinare quel circuito di fiducia che tra banche, imprese e cittadini-consumatori è interrotto oggi in più punti. Non si tratta di scrivere generiche promesse sulla sabbia ma di riattivare, con uno sforzo eccezionale che coinvolga lo stesso Parlamento - impegnato ad agire sui costi della politica - quegli investimenti la cui ripresa può darci maggiore smalto anche nelle valutazioni estere che a loro volta si riflettono sugli spread. Parliamo di ricerca ed infrastrutture e, subito, di sblocco dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione, una montagna da 70-80 miliardi che pesa sulle imprese, soprattutto quelle medio-piccole, impedendo loro di scommettere anche sul futuro prossimo. In Europa, circa la metà dei debiti scaduti sono made in Italy, una direttiva europea impone per i pagamenti la data del 16 marzo 2013, lo Statuto delle imprese (approvato con legge bipartisan a fine 2011) delega il Governo ad anticipare i termini della direttiva entro il 15 novembre 2012. Non solo il Patto fiscale, anche questa è l'Europa che chiede il rispetto degli impegni. Quando si comincia? di Guido Gentili - Il Sole 24ore