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24 Feb 2011 - L'Italia enormemente dipendente dall'economia libica


La Libia è il paese africano con le maggiori riserve di petrolio, la benzina a Tripoli costa 15 cent al litro. La produzione di petrolio è pari a 1,65 milioni di barili al giorno, di cui 1,5 milioni sono esportati. L’Italia è il maggiore beneficiario, ricevendo il 32% dell’export. La mattina del 22 Febbraio 2011 la Borsa Italiana ha comunicato prima delle ore 9 di aver avuto dei problemi tecnici sui sistemi informatici ed essere costretta a tenere chiusi i mercati MTA, ETF, SeDeX e MOT. Pare che la chiusura sia stata manipolata in modo da evitare rischi di eccessive vendite. La riapertura c’è stata intorno alle 15:50, ma l’indice italiano ha perso solo l’1%, non il 10% o più prospettato in seguito alla crisi libica. La Libia, nel corso degli anni, è diventata il primo fornitore di petrolio e il terzo fornitore per il gas in seguito alla cancellazione dell'embargo internazionale nel 2003 e con la sigla del trattato di amicizia italo-libico del 2008. La Libia è al quinto posto nella graduatoria dei Paesi fornitori dell’Italia con un peso percentuale di 4,5% sul totale delle nostre importazioni, mentre il nostro Paese continua ad essere, in assoluto, il primo esportatore con una quota che nel 2009 si è attestata al 17,5% delle importazioni. L’Italia risulta essere il terzo Paese investitore tra quelli Europei (escludendo gli investimenti da petrolio) ed il quinto a livello mondiale. Il maggiore investitore nel Paese italiano è l’Eni, che opera in Libia sin dal 1959 con le società Eni Oil e Eni Gas (ora Mellitah Oil & Gas) ed altre del gruppo operanti nel settore degli idrocarburi come Saipem. Nel pomeriggio del 22 Gennaio l'Eni ha comunicato che “in relazione all'attuale situazione in Libia alcune attività di produzione petrolifera e di gas naturale sono state temporaneamente sospese in via precauzionale e i relativi impianti sono stati messi in sicurezza. Le installazioni di produzione e trattamento di idrocarburi nel paese non hanno subito alcun danneggiamento”. Presente nel paese libico, grazie al fondo sovrano Libyan Investment Authority, anche Finmeccanica (2,01%) attraverso società del gruppo come Selex Sistemi Integrati, Ansaldo Sts, Selex Communications e AgustaWestland (elicotteri). Altro investitore è l`Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista ed un impianto di assemblaggio di veicoli industriali. Nel settore delle costruzioni si distinguono Impregilo, Bonatti, Garboli-Conicos,Maltauro,Ferretti Group. Altri settori sono quelli delle centrali termiche, (Enel power), impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip). Sono presenti inoltre Telecom, Prysmian Cables (ex Pirelli Cavi). Altre ditte italiane che hanno ottenuto commesse in Libia sono la Sirti (unitamente alla francese Alcatel). Le partecipazioni della Libia in società italiani spaziano in molti settori a fronte dei grossi interessi che le imprese italiane hanno nel Paese nordafricano. La "prima volta" del Paese nordafricano in Italia risale al 1976 quando, attraverso la Lafico (Libyan arab foreign investment), entrò nel capitale Fiat con una quota iniziale del 9,7% su richiesta dell'Avvocato Gianni Agnelli alla ricerca di soldi freschi per superare un periodo di difficoltà del mercato. Della storica presenza in Fiat si sono perse le tracce dal 2006, quando la quota fu ridotta sotto al 2% (la soglia per le partecipazioni rilevanti da segnalare alla Consob). Attualmente la Libia controlla il 7,2% di Unicredit (attraverso le partecipazioni, di Libyan Investments Autorithy, Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank). L'ingresso dei libici in Unicredit e il rafforzamento della loro partecipazione ha portato lo scorso anno a uno scontro tra gli altri soci di Unicredit e Alessandro Profumo che è costato al manager il posto di amministratore delegato. La finanziaria libica Lafico possiede il 14,8% della Retelit (società controllata dalla Telecom Italia attiva nel WiMax) , il 7,5% della Juventus e il 21,7% della ditta Olcese (azienda tessile). Le autorità libiche hanno rapporti di collaborazione con l’Anas (gestore della rete stradale ed autostradale italiana che potrebbe usufruire dei 2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell'autostrada costiera libica), mentre nel 2008 hanno espresso interesse per nuovi ingressi in Telecom, Impregilo, Terna e Generali. E’ ormai assodato che il paese libico tenga in mano più dell’1% di Eni, che conta 20% delle sue forniture di greggio dal territorio. “Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante”, dice il presidente Beretta. Secondo la sua Ong Unimondo, infatti, si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 112 milioni di euro del 2009 (+746%). Perché l'Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non ha ancora revocato la fornitura di armi alla Libia? Secondo Beretta, il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, tra cui Agusta Westland (elicotteri, anche da guerra), Alenia Aermacchi (aerei da combattimento) e Mbda (sistemi missilistici). Inoltre in palio ci sono almeno 153 miliardi di dollari di commesse. L'Impregilo di Romiti sta costruendo tre centri universitari, la Conicons sta modernizzando l'aeroporto di Ghat, laTrevi sta tirando su l'hotel-reggia al-Ghazala a Tripoli, per citare solo alcuni dei lavori in corso. Un paese così rilevante fin dal 1986 quando l’americano Reagan informò il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi, e lo stesso Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia.