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Un gesto di ribellione chiamato «pazienza»


Ma giornate piene anche di relazioni isterilite dalla consuetudine o sfilacciate a causa di incomprensioni. È l’esperienza che tutti facciamo. La frenesia caratterizza sempre più spesso le nostre giornate rischiando di farci attraversare in maniera superficiale alcuni tornanti della nostra vita e momenti potenzialmente decisivi per essa. Tornanti e momenti della vita che meritano altra attenzione e altra cura per accorgerci che esiste un tempo, in quelle che chiamiamo “stagioni morte”, in cui tutto sembra tacito e quieto, tanto quieto da farci pensare al nulla e alla morte. Guardate ad esempio gli alberi d’inverno, nudi e scheletrici o il seme che abbiamo appena piantato, ingoiato dalla terra. Tutto appare silenzioso e finito. Eppure, in qualche parte invisibile e nascosta, qualcosa freme e nell’intima profondità della terra la vita si prepara. Che torto alla vita farebbe il contadino se, visto il suo albero senza più foglie, lo tagliasse inesorabilmente o se, impaziente, vangasse la terra con il suo seme. Probabilmente licenzieremmo il nostro contadino accusandolo di essere incapace e incompetente. E certamente non avremmo tutti i torti. Eppure troppo spesso nelle nostre relazioni noi facciamo come quel contadino dilettante. Appena avvertiamo silenzio e aridità decretiamo, implacabili, la fine di una relazione o la chiusura di un processo di vita. Ci comportiamo cioè come chi non sa nulla dell’attesa e della promessa di vita che porta con sé questo tempo. Il tempo della cura. Un tempo fatto soprattutto di silenzio, riempito di gesti umili, come quelli della terra che culla il suo seme, scaldandolo e dandogli nutrimento, riparandolo dal gelo e dal becco avido degli uccelli. Un tempo fatto di minuzie che sembrano banali, ma che proteggono la vita; un tempo silenzioso, paziente, discreto come quello della linfa che lentamente sale verso i rami.   Agli occhi di chi ha fretta e di chi non conosce la scarna sapienza del travaglio, questo può sembrare un tempo senza senso, inutile come uno sterile accanirsi. Eppure proprio allora e grazie a questa cura aiutiamo la vita – la nostra vita - a crescere. E la vita – sia quella fisica sia la vita(lità) che accompagna i passaggi dell’esistenza di ognuno di noi - nasce sempre da un gesto d’amore e da una paziente disponibilità all’attesa. Non un’attesa sterile. Un’attesa che diventa piuttosto grembo abitato da due azioni straordinariamente dinamiche: il custodire e il coltivare. Azioni ed esercizi che, nel tempo dell’attesa, “preparano”, fanno cioè in modo che qualcosa avvenga e avvenga bene, come quando si prepara una bella tavola per un giorno di festa. Sono azioni che danno luce e forma a qualcosa che ancora non ha luce e ancora non ha forma, ma che esiste; qualcosa che è nascosta ma c’è. Il tempo dell’attesa e della cura fa di ciascuno di noi un vero creatore. Creatore responsabile delle proprie relazioni, delle proprie decisioni e delle proprie scelte. “Proprie” perché attese, custodite e coltivate con cura. Come dice il Piccolo Principe della sua rosa: «Lei, lei sola, è la più importante di tutte, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa». È questa cura ed è questa attenzione che rendono unica una rosa come tante altre, che la rendono straordinaria e meravigliosamente bella. Non ci si può distrarre, non si può essere superficiali. Non si può essere frettolosi o impazienti: la vita ha bisogno di raccoglimento e di smisurata protezione. L’amore – come tutte le relazioni belle - non è scontato e non è dato per sempre: dobbiamo proteggerlo dai venti gelidi, dobbiamo nutrirlo e prepararlo ogni giorno. E attendere. Nei tempi bui come in quelli di splendore, faticosamente, con fedeltà e speranza, con la trepida ostinazione di chi non cede allo smarrimento, di chi non si avvilisce davanti ai fallimenti, di chi continua con tenerezza infinita a partorire. Quanto è lontano tutto questo dalla grigia ordinarietà delle nostre giornate. Ma anche dai messaggi che in maniera sempre più ossessiva ci vengono dall’ambiente che ci circonda. Riappropriarsi del tempo dell’attesa trasformandolo in tempo di “cura”. Quella “cura” che l’antica mitologia era arrivata a personalizzare. Nelle Fabulae (CXX), infatti, Igino narra di Saturno che, nel dirimere una diatriba fra la Terra e Giove su chi dovesse dare il nome alla nuova creatura chiamandolo uomo, diede a “Cura” il compito di mantenere in vita le sue creature (gli uomini), dimostratesi molto fragili, deboli, mortali. Posto in questi termini, il “tempo della cura” diviene tempo di impegno attivo, accompagnato da partecipazione emotiva rivolta verso persone, esseri o oggetti deboli, bisognosi. Primo tra tutti la nostra stessa persona, chiamata ad abitare in maniera consapevole questo tempo come fa il seme accolto e protetto dal solco caldo della terra. È l’unica possibilità di cui il seme e noi stessi disponiamo per vivere al riparo dai venti gelidi dell’indifferenza e per reagire alle cocenti sconfitte della vita.