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Le tasse? Le pagano piccole imprese e cittadini, le multinazionali trovano una via d'uscita


Perché le grandi imprese multinazionali hanno molte occasioni per arrivare, anche legalmente, a un carico più accettabile. Secondo uno studio dell'Ocse, commissionato dal G20, alcune imprese multinazionali utilizzano strategie che permettono loro di pagare per tasse societarie una cifra intorno al 5 per cento, mentre le piccole imprese pagano oltre il 30. E inoltre, secondo lo studio alcune piccole giurisdizioni si comportano da canali per queste operazioni ricevendo somme sproporzionatamente alte dagli investimenti stranieri e investono somme molto alte nelle economie più sviluppate e in fase di sviluppo. Il rapporto dell'Ocse, dal titolo: Addressing Base Erosion and Profit Shifting (Beps) , parte dalla considerazione che l'attenzione dell'opinione pubblica è sempre più mirata su questi casi e qualche volta a sproposito. Di recente infatti il tema della tassazione delle imprese multinazionali è diventato un tema di grande attualità. Una serie di campagne promosse in genere da Ong (organizzazioni non governative) molto ben organizzate hanno diffuso la sensazione che le imposte sulle società vengano pagate soltanto dai "pesci piccoli" mentre i grandi possono modificare a piacimento il loro carico impositivo, sfruttando le lacune del sistema tributario. D'altro canto, presidenti e amministratori delegati di grandi società considerano la riduzione delle imposte come un loro dovere nei confronti degli azionisti e considerano le accuse mosse dalla stampa come ingiustificate. Per il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurrìa, "queste strategie, benché tecnicamente legali, erodono le basi imponibili di molti paesi e minacciano la stabilità del sistema fiscale internazionale". Mentre la crisi mette in discussione la situazione delle famiglie un po' dappertutto, "è opportuno che tutti i contribuenti, imprese e cittadini, paghino le tasse dovute" e il rapporto Ocse, viene segnalato come "un importante passo avanti" per arrivare a un sistema fiscale equo. Un tema destinato ad essere dimenticato a breve quando le cose andranno meglio? Non proprio, se uno ascolta le parole virulente del primo ministro britannico che ha chiesto alle multinazionali di svegliarsi e "sentire l'odore del caffè". Nella critica situazione di bilancio nella quale si trovano, gli Stati non solo devono recuperare maggiore gettito, ma devono attivarsi affinché vi sia un'equa distribuzione del carico fiscale. Non fare altrimenti significherebbe accettare distorsioni della concorrenza che a medio termine porteranno all'estinzione della piccola e media impresa. Il rapporto Beps chiarisce alcuni punti fondamentali, quali il fatto che gli Stati sono responsabili delle norme che essi stessi hanno introdotto e non possono chiedere alle imprese di agire sulla base di criteri ultra legem. Allo stesso tempo, emerge chiaramente che il sistema attuale di tassazione delle multinazionali, basato sull'interazione tra legislazioni interne e trattati contro la doppia imposizione ha varie falle aperte. In queste falle transitano miliardi di dollari, per terminare spesso in giurisdizioni a bassa fiscalità o scomparire del tutto ai fini impositivi. Proprio oggi un giudice americano ha dato ragione all'amministrazione Usa in un caso di finanza strutturata, dove gli importi in una singola transazione superavano i 10 miliardi di dollari. In Italia, il focus dell'agenzia delle Entrate su una dozzina di operazioni simili ha portato un extra-gettito di circa 1.6 miliardi di euro nel 2011. Anche se non possibile determinare con esattezza l'entità del fenomeno, è chiaro che le cifre in ballo sono astronomiche. Come è possibile che sia arrivati a questo punto e che nulla sia stato fatto prima? Per un lungo periodo, lo sviluppo di norme di diritto tributario internazionale si è concentrato sull'eliminazione della doppia imposizione. Infatti, per promuovere la crescita, gli investimenti e quindi l'occupazione, è essenziale che le aziende con attività in piú di un Paese non paghino due volte le imposte dovute. Gli Stati hanno quindi accettato di negoziare trattati contro la doppia imposizione e di redigere norme interne tese fiscali e impostare alcune regole per condividere i diritti di imporre. Il rapporto a fronte di pratiche messe in atto dalle imprese multinazionali sempre più aggressive, il rapporto indica la via della cooperazione internazionale, senza fissare un carico fiscale ottimale, ma nei prossimi mesi sarà varato un piano d'azione per quantificare le perdite fiscali nei vari paesi e individuare scadenze e metodologie per rinforzare il loro livello fiscale.